IO SONO QUATTRO

“Le cose che vogliamo devono essere difficili, ma non troppo, tuttavia  tali che il successo sembra in dubbio, anche se alla fine è generalmente raggiunto” (Bertrand Russell)

Ieri pioveva. Oggi diluvia.

A scuola mi accingo a fare l’appello, quando mi accordo che in terza fila c’è una ragazza nuova. Cerco i suoi occhi, ma ha la testa chinata sul banco e non riesco a vederla in faccia. Vedo solo uno chignon castano tipo quello delle ballerine classiche, ben aggiustato sulla testa. Praticamente perfetto. Il che mi fa pensare che deve essere una ragazza di quelle tutte precisine, che profumano di ammorbidente ogni giorno e non si mettono lo smalto sulle unghie, ma le hanno curatissime. Di quelle bellezze acqua e sapone che si truccano in modo che non te ne accorgi. Ma non è sul registro.

Strano che non mi abbiano avvertito. Comunque, inizio.

“Ahmed?”

“Presente.”

Lo guardo e mi accorgo che oggi ha qualcosa di strano che non riesco a identificare. Per esempio, Ahmed non è Ahmed, anche se risponde ad Ahmed sulla carta. Sembra un altro ragazzo. È sempre scuro di capelli, ma quando lo guardo negli occhi, mi accorgo che non sono i suoi.

“Come sta tua sorella? È tornata dall’ospedale?”

“Prof, ma io non ho una sorella,” mi risponde. “Ho quattro fratelli. Tutti maschi, prof. Allora capisco subito che questo è un Ahmed apocrifo e non l’Ahmed originale. Controllo e ricontrollo, eppure qui c’è proprio scritto così: Ahmed Ismail e il registro è quello della quarta D. Lo fisso negli occhi per cercare qualcosa di famigliare, ma niente. Tuttavia, non mi intestardisco su quest’idea e proseguo nell’appello.

“Baggio?”

“…” alza la mano e non proferisce parola. La Baggio è proprio lei. Oggi ha solo dei capelli diversi. Oggi sono verdi. Ma lei cambia colore tutti i giorni… o non sarebbe la Baggio. Facciamo due chiacchiere. È tornata da una mostra alla Royal Academy di Londra dove è stata il fine settimana. Lungo. Infatti, venerdì non c’era. Una conversazione molto interessante e un po’ confusa. Ma con la Baggio tutte le conversazioni sono sempre confuse. Poi passo a Bianchi.

“Bianchi?” Lo cerco ma non lo trovo.

“Assente, prof. Stamattina ha l’esame di guida,” risponde qualcuno.

“Ah. Capisco…”

“Bosio?”

“Ci sono.”

E via così fino all’ultimo che è Zardo.

È il nostro quarto d’ora di preziosissimo appello; quel momento in cui finalmente riesco a fare due parole individuali e a guardarli in faccia ad uno ad uno e loro si sentono visti. È il loro momento di gloria. E lì esistono. Ecco perché ci tengo molto a fare due parole sincere con ognuno di loro.

L’appello è terminato e nessun nome per la ragazza con lo chignon. Che strano…Che si siano dimenticati di inserire la ragazza nuova nel sistema? Impossibile. Così non so come chiamarla e chiamarla “ehi, tu…ragazza con lo chignon”, mi pare maleducato.

È seduta al posto di Bianchi, che oggi è assente, e non so come farle alzare quegli occhi fissi sul banco, almeno per riuscire a guardarla in viso e darle il benvenuto. Ad un certo punto, mi viene addirittura il dubbio che magari si tratta di un fantasma, perché nessuno obbietta il fatto che me la sono dimenticata in appello. Nessuno la guarda. Nessuno fa cenno alla new entry in nessunissimo modo. E anche questo è molto strano. Come mai non suscita curiosità? Come mai non c’è il solito parlottio? Magari la vedo solo io…Vorrei sapere se sono l’unico che la vede, ma chiedere alla classe se anche loro vedono la ragazza con lo chignon seduta al posto di Bianchi è come dichiarare la propria infermità mentale, sia che la ragazza ci sia, sia che non ci sia. Robe da perdere totalmente la credibilità e farmi prendere in giro per il resto dell’anno. E mentre penso questo, la ragazza con lo chignon si alza e, sempre a testa bassa, si mette a correre verso la finestra aperta. E il percorso, non so perché, è così breve che nemmeno riesco a capire cos’è successo, che lei si è già buttata di sotto. Mi fiondo alla finestra. Ma di sotto non c’è l’ombra della ragazza che si è buttata. Nulla.

Mi sveglio sudato in preda al panico.

È un periodo che faccio questo incubo. Lo stesso, identico, ma non riesco mai a vederla in faccia, la ragazza con lo chignon. Piano piano sto imparando a pilotare i miei sogni lucidi e me lo ripropongo ogni volta che nel sonno mi accorgo che sto per rientrare nello stesso sogno. Ma niente. Non riesco a vederla in faccia e lei continua a buttarsi di sotto. Né io riesco a chiudere le finestre.

Oggi, più di altri giorni sono inchiodato all’idea di felicità. E al suo contrario. Più che altro all’idea moderna e distorta di felicità, secondo l’equazione diffusa e condivisa di successo uguale a felicità. E la conseguente necessità di creare il bisogno di perfezione, come condizione per il successo.

E come viene valutato il successo a scuola? Con i voti. Ne consegue l’ansia da prestazione perché essi sono l’unico indicatore di successo o insuccesso formativo. A questo punto, noi docenti, diventiamo i bad influencer, per usare un gergo commerciale in voga, i cattivi influenzatori.

Ora, da quando una ragazzina di terza ha tentato il suicidio di fronte ad un altro quattro, o almeno questo è ciò che si dice, nemmeno il preside mi rompe più così tanto con le mie modalità. Quando l’ho saputo sono rimasto scioccato. I genitori hanno chiesto il massimo riserbo, anche per evitare l’assalto dei media. No comment! E del resto, cosa potremmo commentare?

Come diavolo si fa a decidere di togliersi la vita per un quattro! Ma eccolo lì che lui ti si appiccica addosso come un tumore che diventa metastasi. E, allo stesso tempo, non lascia margine di riscatto: lentamente cresce e, con esso, l’incapacità di gestirlo. Lo partoriamo noi adulti insieme al bambino. Un bambino e il suo fardello di aspettative altrui. Credo che non si tratti di chiedere troppo, ma di chiedere sbagliato, nel riporre troppa importanza nella valutazione di una prestazione, tanto da diventare inconsciamente valutazione di una persona. Inutile indignarsi, asserire che non è vero. Che voi per fortuna non siete così, non fate così, perché ci siamo dentro tutti. Perché diventa un automatismo e perché, alla fine…si è sempre fatto così. Ma diventa un riflesso che ha un effetto alone spessissimo. Lei, quella ragazzina, non era più quella che prendeva un quattro, diventava piano piano quella che prendeva quattro, fino a diventare quattro. Lei era quattro. E quando succede questo, è un disastro.

Invece, valutare è valorizzare, non condannare. Perché un quattro è una condanna. Un quattro non è recuperabile. Ho cercato di farlo capire tante volte anche alla Zanon. Lei ogni tanto ci va giù pesante.

“Signori, vi ho riuniti in assemblea straordinaria per comunicarvi un fatto grave e molto delicato che è accaduto recentemente nella nostra scuola,” esordisce il dirigente, che ci ha convocati d’urgenza.

Intanto fuori piove che Dio la manda e io penso che dovrò farmi dare un passaggio.

“Sono stato informato dalla Asl 3 in cui è ricoverata M.C. di seconda C, che la ragazza è fuori pericolo, che il suo è stato un gesto estremo adolescenziale…”.

Un gesto estremo adolescenziale?

“…Pare che non appena ristabilitasi, siano stati fatti dei colloqui con il personale specializzato di neuropsichiatria che ha in cura la ragazza, e ne sia emerso che il gesto, pare, sia stato spinto da una serie di insufficienze gravi che aveva preso ultimamente…”

Brusio. Gente che bisbiglia. Ci sono anche i docenti della seconda C.: chi sgrana gli occhi. chi si mette la mano sulla bocca per nascondere stupore e dispiacere o, forse, paura.

“…Il che ovviamente è una follia! Silenzio, per favore! Fatemi finire. Ebbene, non c’è bisogno che vi dica che la questione è delicatissima sotto tutti gli aspetti e va gestita nel migliore dei modi per il bene della ragazza e ovviamente per il bene della scuola. La notizia non deve assolutamente uscire da questa stanza. Vi ordino di non farne cenno con nessuno e di non rilasciare alcuna intervista qualora foste avvicinati dalla stampa. Non parlatene nemmeno tra di voi. Credo non ci sia molto da aggiungere. È evidente che la ragazzina aveva problemi pregressi. Psicologici, familiari. Non è escluso che sia a causa della recente separazione dei genitori, o dalle loro reiterate assenze per le loro professioni, tra l’altro di un certo peso: il padre è avvocato… Non devo dirvi altro. Vediamo come si sviluppano gli eventi e teniamoci preparati. Per il momento silenzio. Ci riaggiorniamo.”

Nel frattempo, sull’aula in cui si tiene l’assemblea è calato il gelo. E il silenzio. Ma non perché lo avesse imposto il preside.

“Ah, un’ultima cosa…” aggiunge, “non c’è bisogno che vi dica di andarci piano con le insufficienze gravi, almeno per un po’…”

No comment.

Sì, i voti limitano, costringono, ingabbiano, giudicano, mettono in competizione, catalogano. La scuola non è una gara a chi è più bravo. Se è questo che insegniamo loro, allora non abbiamo capito niente. Lo penso mentre esco dall’aula. Un quattro dichiara colpevoli. Infligge una pena. Impone una sanzione. Non lascia possibilità di rimedio. Non lascia spazio ad assoluzione alcuna. E no, non si è mai forti abbastanza per sentirselo dire, di non essere abbastanza. Mai abbastanza a scuola, mai abbastanza a casa. Specialmente a quindici anni.

Bisogna dirglielo che la perfezione non esiste.

Esco dalla riunione depresso e disgustato e penso che questa sia una di quelle notizie che ti fa dimenticare la contingenza delle cose sciocche come bagnarsi sotto al temporale, perché non hai l’ombrello.

Così, preferisco non chiedere un passaggio a nessuno e mi avvio con i miei pensieri sotto la pioggia battente. Ma non riesce a lavare via queste amare considerazioni.

E il pensiero della ragazza con lo chignon.

Se dovessi riassumere la situazione con una parola, da una parte sarebbe dolore, nella seconda accezione di “stato o motivo di sofferenza spirituale, provocata da una realtà ineluttabile che colpisce o condiziona duramente il corso della vita” e dall’altra ipocrisia, dalla parola greca antica ypòcrisis (finzione), dove l’ypokrites era l’attore, cioè colui che fingeva e simulava. Da cui, la tendenza a simulare buone qualità, buoni sentimenti, buone intenzioni, apparendo diversi da ciò che si è, allo scopo di farsi benvolere.

E poi dicono che il Greco è una lingua morta.

Il mio passatempo preferito è scoprire l’etimologia delle parole. Anche  etmologia sè una parola tutta greca da etymon (vero, reale) e lògos (studio, discorso)

Per il resto è proprio una brutta giornata!

(tratto da Il Cercatore di Meraviglie, 2020)