Perché per fare bene la locandiera, talvolta, è questione di vita o di morte.

…Mi chiudo la porta alle spalle. Il battito cardiaco è accelerato. Guardo l’orologio. Sono le 23.48. Ho dodici minuti. Solo dodici minuti per compiere il mio dovere.

Un passo indietro.

Con arroganza il nuovo ospite e gruppo al seguito, mi chiede di fare il check-in anticipato. Anche se la casa è pronta, lo faccio bollire almeno un’ora e sarebbe comunque tre ore in anticipo sull’orario di check-in come da policy, definito alle 15.30. Sono stufa di cedere sempre. Fosse anche solo per rispetto. Malgrado i miei solleciti, non ha mai indicato il suo orario di arrivo previsto.

“E io cosa ci faccio per un’ora in giro con le valigie”, mi aveva detto con fare insolente al telefono.

Quindi se vuole lo sa usare il telefono. Poteva farlo anche prima.

“Be’, si guardi intorno, c’è il sole. Si prenda un caffè sul mare. Una limonata, una birra. È in vacanza. Si rilassi”

“E le valigie?”

“Quelle le può lasciare nel portone. Nessuno gliele toccherà”

Sbuffa.

Non cedo, come ho fatto, ormai, troppe volte. Ed è il troppe volte che ti modifica. Il troppo che stroppia. E che ti cambia. Come quando per mesi presenti gli asciugamani legati con un fiocco di raso e i saponi profumati e poi te li ritrovi accartocciati e sporchi di cacca, ma tu continui a infiocchettarli perché sai che mica tutti sono dei sociopatici. Talvolta sparisce anche il fiocco.

Ma il terrore del serial killer non mi aveva ancora sfiorato. Almeno non fino ad oggi.

Scrivo, chiamo, whatsappo con gentilezza per richiedere di fornirmi i documenti. Farfuglia scuse e giustificazioni una sull’altra. No, non è bello, mi dico. Cos’ha da nascondere questo californiano brizzolato che non vuole presentarmi i documenti? Se spera di farla franca, si sbaglia.

Mannaggia averli fatti entrare lo stesso per sistemarsi.

Aspetto. Scrivo, chiamo, whatsappo con gentilezza per richiedere di fornirmi i documenti. Farfuglia scuse e giustificazioni una sull’altra. Fino a che l’orologio non supera le 23. Solo un’ora alla mezzanotte mi separa dalla possibilità di registrare questo variopinto gruppo californiano-messicano e che mi scagionerebbe dall’aver dato ospitalità clandestina a un qualche corriere della droga, per quanto ne posso sapere e che domattina se ne andrà all’alba. E chi s’è visto s’è visto.

Ventitré e quindici. Sono sola. Non so che fare.  Azzardo ipotesi circa il diniego, ma nessuna mi piace. Quella che mi farà muovere le gambette, tuttavia, non sarà la più pesante -potrebbe essere anche un serial killer- ma la molla del rispetto e della legalità. Sono già in pigiama, ma mi rivesto di tutto punto. Comoda con scarpe da ginnastica ai piedi. Non si sa mai. Decido di andare sul luogo del delitto…cioè dell’appartamento che hanno affittato. Entro ed esco mille volte dalla porta di casa, perché dal nervoso, mi dimentico sempre qualcosa. I moduli di registrazione, per esempio. E allora rientro a prendere i moduli, ma mi accorgo di aver dimenticato il cellulare sul tavolo, dove avevo preso i moduli. E il cellulare è fondamentale, potrebbe servirmi per registrare o per chiamare qualcuno. Non in ultimo la polizia. Rientro a prendere il cellulare e mi dimentico la penna. Rientro a prendere la penna e mi ridimentico il cellulare. Fino a che, finalmente, riesco ad uscire con tutto. Il paese, che fino a poche ore prima brulicava di turisti da ogni parte del mondo, è avvolto in un buio silenzio ovattato. I bar stanno chiudendo, i ristoranti hanno già chiuso da un bel po’. Non ci sono più feste di piazza fino a tardi e i bambini che giocano ai giardini fino a ore insulse. Domani c’è scuola. Mi avvio a passo felpato, salgo le due rampe di scale che mi separano dall’appartamento dove i clandestini alloggiano. Chiamo al cellulare. Nessuna risposta. Citofono una volta, due volte, tre volte. Ogni volta sempre più a lungo, tanto che il tasto rimane incastrato e non smette più. Con l’unghia cerco di tirarlo fuori e ci riesco. Entro nell’ingresso comune. La luce dell’appartamento filtra dalle porte antiche. È accesa, ma si sa, gli ospiti la lasciano sempre accesa, tanto mica la pagano loro. Pensano tutti che io sia azionista dell’Enel. Penso che se la luce è accesa, due sono le alternative: o sono in casa o sono ancora fuori ad ubriacarsi fino a che l’ultimo bar non chiude, per poi barcollare in cerca della nuova dimora in affitto che non sanno più dov’è, inciampandosi sul selciato, vomitando nell’aiuola e, infine sprofondare in branda senza nemmeno disfare il letto. Sempre che lo abbiano trovato. Allora mi fiondo giù per e scale e vado a cercare in tutti i bar che stanno riassettando sedie e tavolini in fase di chiusura. Ormai gli avventori si contano sulle dita di una mano. Di chi sto cercando, nessuna traccia. Guardo l’orologio e sono le ventitré e trentacinque. Tic-tac tic-tac, il tempo passa e il paese cala nel silenzio più assoluto. Che faccio? Sono risoluta. E sta montando il senso di giustizia. Risalgo le due rampe e mi riattacco al campanello. Niente. Eppure, con tutto quel baccano, si sarebbe svegliato anche un orso in letargo. Decido di irrompere per capire se magari se ne sono andati, o peggio, se è successo qualcosa. Ho il timore, che se trovo qualcuno, non la prenderanno bene. Ma è sempre casa mia, e fino a prova contraria, loro non hanno dato i documenti. Sono nel giusto, penso. Ma non ne sono sicura. Il mazzo di chiavi con le nove chiavi di portone, portoncino, porta, moltiplicate per il numero delle strutture, mi fa dannare l’anima, perché non becco mai quella giusta al primo colpo. Di solito è al nono. Stasera la becco al terzo. Che culo. Non faccio in tempo a palesare la mia presenza che mi si fionda addosso lui, il capo di quella combriccola strampalata: uomo bianco (forse olivastro), brizzolato, un metro e novanta circa. Mi intima qualcosa in un inglese stentato. Sventola le braccia e farfuglia. Ma il tono e i gesti non sono certo di benvenuto. Mi sento come in Hawaii Five-0, solo che invece di essere sulle spiagge di Aloha, siamo alle Cinque Terre. Noi non abbiamo le palme, ma i pini marittimi.

“Favorisca i documenti…”, sono entrata un po’ troppo nella parte “…mi scusi se è tardi, ma adesso ho davvero bisogno dei passaporti per la registrazione”.

“Se ne vada, non può venire qui a quest’ora e svegliare tutti”. O almeno credo sia questo che sbraita, perché non ci devo essere andata troppo lontana circa il barcollare, ecc., ecc. E ‘visibilmente alterato. L’occhio è iniettato di sangue e non so se più per i Cinque Terre più o meno DOC o se per il sonno. Ma non mi piace.

“Favorisca i passaporti e me ne vado”, ripeto inflessibile.

“Non ci penso nemmeno. Via! Via! Vada via!”, gesticola e sento che gli prudono le mani. Potrebbe mettermele addosso da un momento all’altro.

“Documenti, prego”

“Via! Via!!

“Documenti prego”. Lo sto irritando non poco.

“E’ tardi e non so dove sono!”

“Li cerchi. Ho tutto il tempo”

“No”

“Allora sono costretta a chiamare la polizia”.

Farfuglia qualcosa tipo che faccia pure.

Gli do un’ultima chance.

“Forse dovrebbe ripensare alla situazione con sangue freddo. Ok. io sono qui a disturbarla a manca un quarto a mezzanotte, ma metta sulla bilancia il mio reato di disturbo del suo sonno, in casa mia, e il suo non voler favorire i passaporti per la registrazione alla polizia…E poi decida cosa fare”.

Non mi capacito della freddezza con cui conduco la conversazione con quest’uomo di almeno un metro e novanta e ben piazzato.

“Le mando le foto. Mi dia il numero”

“Non voglio le foto. Mi faccia vedere i passaporti. Non chiedo mai le foto…sa, per la vostra privacy”. Con uno così, poi, mi denuncerebbe domani.

“Le foto. Mi dia il suo numero che non ce l’ho”

“Impossibile. Mi ha chiamato stamattina per fare check in subito. L’ho chiamata ben quattro volte per i passaporti e lei ha sempre risposto con una scusa. Il mio numero ce l’ha, eccome. Detto questo, la questione è un’altra: voglio i documenti originali”. Da uno che mente di fronte all’evidenza, non posso aspettarmi molto e da come si mette ad urlare capisco che non si sta mettendo bene. Farfuglia qualcosa e non ci vuole un genio, né la mia laurea in lingue, o i miei vari master a Barcellona, per capire che ‘hija de puta’ non è un complimento.

E in tutto questo trambusto, la cosa più strana è che nessuno degli altri si è svegliato o alzato per vedere cosa sta succedendo. Il tutto ha un che di inverosimile, ma è così. Mi resta che bleffare, tiro fuori il telefonino e faccio finta di registrare. Non registro perché non ci riesco, non voglio distogliere lo sguardo dal tipo e ci metterei troppo a cercare l’applicazione. Ma il gesto basta per farlo un po’ calmare. Tira fuori il cellulare e mi mostra le foto dei passaporti.

Le cose sono due: o continuo e lo irrito ad un punto di non ritorno o scendo a un compromesso.

Lo irrito fino al punto di non ritorno. E a questo punto, se voglio tornare a casa, devo comunque scendere a un compromesso lo stesso: capisco che devo farmi andare bene le foto, che alla fine non sono Kono Kalakaua di Hawaii Five 0. Non ho nemmeno gli occhi a mandorla e, soprattutto, una calibro 38 che spunta dagli skinny jeans.  

Trascrivo ogni dettaglio con la mano destra, la sinistra tiene il cellulare in una posizione tale che potrebbe essere in fase di registrazione, e ahimè non lo è. Ma questo lo so solo io. Lui, tutt’al più, può non esserne sicuro. Per questo, entrambi facciamo finta di niente. Restiamo sollevati in un limbo temporale, tanto quanto mi ci vuole a trascrivere i dati delle cinque persone, simulando tutta la calma del mondo, ma con un occhio al nuovo coltello da carne Ikea che fa capolino dallo scola posate a un metro e mezzo da lui e circa due da me. Cercando di non attirare la sua attenzione sul medesimo, ovviamente. E invece si gira e ci mette gli occhi sopra ed emette un ghigno. E ha capito tutto. O forse sono io che non ho capito niente.

Circa tre minuti in tutto. Una vita.

Me ne vado, e nemmeno gli chiedo i cinque miseri euro che dovrebbe pagare della tassa di soggiorno. Voglio solo andarmene da lì.

Spero solo di non ritrovarmi l’appartamento distrutto per ripicca, domani.

Richiudo la porta e respiro. Le gambe tremano un po’. Più per la tensione accumulata cercando di dissimulare sicurezza, che per il reale pericolo che correvo. Forse. Ma non ne sono sicura.

Torno a casa.

Mi chiudo la porta alle spalle. Il battito cardiaco è accelerato. Guardo l’orologio. Sono le 23.48. Ho dodici minuti. Solo dodici minuti per compiere il mio dovere e inviare i dati alla Polizia. Con la riserva circa il fatto che una foto dei documenti può, comunque, valere poco, rispetto ad un originale.

Ci metto almeno due ore prima di riaddormentarmi. Calo in un incubo profondo, che non sto a raccontarvi, ma che potrebbe essere facilmente uno dei possibili epiloghi della storia.

Ma al mattino seguente so che non lo è stato.

Morale della favola: mai consegnare le chiavi agli ospiti prima di avere tutti documenti, solo sulla fiducia. Pretendere la registrazione dei documenti al check-in. Sennò che check-in è?

Ricordando che per fare lo sbirro non basta averci i jeans attillati di Kono.

(tratto da “Il Vademecum del bravo Hospitality Manager”, ©StefaniaContardi 2019)