La gentilezza gode della proprietà transitiva, ma, ahimé, anche il suo contrario.

In merito ai recenti fatti di bullismo verticale si è già detto tutto, anche troppo. Ora è tempo di riflessioni. E’ bene riflettere su come si è arrivati a tanto e a come ricostruire il futuro. E questo dipende solo da noi, la comunità educante tutta, genitori, docenti e quanti orbitano intorno ai giovani e al loro mondo senza comprenderlo, a volte senza nemmeno vederlo; quella comunità che ha la colpa di esserselo dimenticato, di essere educante, e ha iniziato ad essere l’origine di tutti i loro (e i nostri) mali, malesseri e mala educazione. E chi sennò? Perché non si nasce bulli, non si nasce razzisti, non si nasce buoni né cattivi. Ma ricordiamoci che se anche noi non li guardiamo, loro ci guardano. Eccome! Quale modello vogliamo esser per loro? Guardandoci allo specchio, non ci riconosceremmo.

Forse dovremmo essere un po’ tutti come il prof Gentile…

L’ORA DI GENTILEZZA

(Tratto dall’inedito  “Il Cercatore di meraviglie. I sogni e gli incubi del prof. Gentile, Cercatore Precario”, © Stefania Contardi, 2017).

 

All’inizio sembrava tutto così forzato. E di fatto, lo era. Poi con l’allenamento è uscita tutta la loro fame di Gentilezza e tutta la loro ricchezza. Siamo partiti da un generale brain storming sul concetto di Gentilezza, per arrivare alla registrazione di fatti di gentilezza che ci erano capitati. All’inizio non li trovavamo. Ma in realtà eravamo noi che non sapevamo riconoscerli.

“Allora, vediamo un po’, secondo voi che cos’è la Gentilezza?”, chiedo così in generale.

Silenzio.

“Ok. Proviamo a scrivere sulla lavagna la prima parola che associamo al concetto che ognuno di noi ha di Gentilezza. La prima che vi viene eh? Senza pensarci troppo. Poi ci ragioneremo meglio”.

“Persona gentile”, esordisce Bianchi.

“E già, che fantasia”, ribatte Zardo.

“Non è questione di fantasia, Zardo. Ma di immediata associazione. Per cui va bene così”, lo azzittisco ma con tono…gentile.

“Amore!”, allora aggiunge Zardo, che ha capito.

 

Ne segue una raffica di sostantivi e verbi in ordine sparso, da parte di tutti.

 

“Amici”

“Abbraccio”

“Famiglia”

“Affetto”

“Pranzare”

“Aiutare”

“Donare”

“Mamma”

“La Battaglia”

 

Ridono. Vorrei ridere anch’io ma mi trattengo.

 

“Accogliere”

“Risolvere problemi”

“Il mio cane”

“Mia nonna”

Eccetera, eccetera.

 

Accidenti. Sono come una mitraglia, quasi non riesco a stare dietro a scriverli tutti alla lavagna.

 

“Ecco, e cosa notiamo? C’è un comune denominatore che accomuna tutte queste parole?”, chiedo, mentre le cerco di rileggerle mentalmente.

Alcune sono scritte storte, o con una grafia quasi incomprensibile per come ho scritto veloce, malgrado lo sforzo di scrivere in stampato maiuscolo.

“Alcuni sono verbi, alcuni sono sostantivi”, risponde Bosio

“Bene. E poi?”

“Sembra che sia nomi che i verbi esprimano un’azione, una situazione o un concetto che implichi sempre una relazione umana“, sempre Bosio.

Secchione, penso. E lo pensano tutti.

“Colpito e affondato! Grazie Bosio”.

 

Bisbigliare diffuso.

Bosio è il secchione della classe ma è anche simpatico e generoso. Ho scoperto in più di un’occasione istituzionale, tipo le verifiche…, per cui nessuno va oltre al commento ironico e senza cattiveria.

 

“Bianchi, ti viene in mente qualche atto di gentilezza che hai ricevuto o hai fatto?”, chiedo tanto per svegliarlo dal suo torpore

“Gentilezza, hem no. Ci devo pensare…”

“E fin’ora cosa hai fatto? Ecco, pensaci. Poi ci dirai”, sono ironico ma non strafottente.

“Serena? Nessun fatto degno di nota?”, chiedo alla Baggio, ma non finisco di parlare che si intromette Bianchi. Gli deve essere venuto in mente qualcosa.

“Ah, prof! Ieri un tizio del call center mi ha risolto un problema con il router senza battere ciglio. Vabbè ma non vale forse, perché a quelli li pagano per essere gentili e per risolvere i problemi!”

 

Poi aggiunge che però siccome era gentile gli ha voluto richiedere il nome, perché non lo aveva capito. Voleva ringraziarlo per nome. Aveva stabilito un contatto umano. A voce! Roba ormai da millennio scorso. Certo non roba da Giovanni Bianchi della 4 D.

Serena sta pensando. Intanto chiedo a Jamila.

 

“Gentilezza…gentilezza…Ah sì! Ora ricordo. La settimana scorsa che ero a casa con la febbre, la Baggio mi ha chiamata per sapere come stavo. Mi ha proprio chiamata e non messaggiato. E poi mi ha passato via pc le lezioni perse senza dovergliele nemmeno chiedere”.

Intanto la Baggio che si è sentita tirare in causa, esordisce con la sua registrazione di fatto gentile.

“Prof, ieri ho lasciato passare alla cassa una tizia con la pancia e un altro bambino in braccio. Mi faceva pena. Carrello, fardello, bambinello. Ma non so se questa è gentilezza. Credo che dovrebbe essere così sempre, no prof?”

“Già Serena, ma non è così scontato. Non lo è assolutamente”, le rispondo. “Grazie per il contributo. E per il gesto, ovviamente. Hai fatto bene”.

“Altri?”

“Sì, mia mamma invece si è incazzata. Scusi, prof., arrabbiata, per un gesto come quello della Baggio”, si inserisce Grasso, che è invece come un grissino.

“Spiegaci meglio”, chiedo.

“Cioè che una tipa gli ha chiesto se voleva sedersi e lei si è rifiutata. Poi a casa ci ha fatto una testa così che è grassa e deve mettersi a dieta, che sembra sempre incinta, che noi l’abbiamo fatta invecchiare anzi tempo, che tutti la prendono per una signora anziana, eccetera, eccetera. Insomma una palla. E poi si è messa a piangere. Era meglio se quella se ne stava seduta e zitta!”

 

La madre di Grasso è una signora molto piacente alla soglia dei cinquant’anni. Credo che sia in un periodo storico delicato. Ma credo, anche, che sopravviverà.

 

“Sì, ma Grasso, quanti anni aveva la ragazza?”, chiedo.

“Bho, credo circa dodici o tredici”

“Ecco vedi, anche tu quando eri alle medie scommetto che tutti quelli che avevano più di diciotto anni ti sembravano vecchi, vero? Per cui tutto è relativo. E non era certo intenzionata ad offendere tua mamma”.

“Altri contributi?”

Silenzio generale. Ma è solo la prima “lezione”.

“Ora una domanda. Attenti bene…”, mi fermo e li guardo quasi uno per uno, quasi a catturare l’attenzione individuale e anche per creare una certa suspence. Devo sembrare un po’ scemo.

“E come vi siete sentiti in questi episodi?”

“Bene”, gridano quasi all’unanimità, come coordinati, invece, da un pensiero unico.

“Ecco! Ciò che noi chiamiamo come gentilezza ha quasi sempre a che fare con il sentirsi bene e con qualcosa di inaspettato, di gratuito, di relazionale. Ha a che fare con la costruzione di una relazione umana diretta. E questo contatto stabilito, ci riporta ad una dimensione di Comunità. All’armonia”.

All’inizio pensavo che mi avrebbero preso per i fondelli. E dagli sguardi forse era proprio così. Ma in fondo si stavano abituando alle mie stranezze. E alla fine, è stata una bellissima riscoperta, questa dei valori della Relazione vera, che nessuna tecnologia potrà mai sostituire.

Piano piano abbiamo preso l’abitudine a farci caso. E sapendoli riconoscere, abbiamo iniziato ad apprezzare i gesti di Gentilezza quando capitavano. E a produrne. E si sa, anche la Gentilezza come la Bellezza, gode della proprietà transitiva.

gentilézza s. f. Qualità propria di chi è gentile, nei varî significati, nei modi, d’animo. Amabilità, cortesia. Anticamente: nobiltà, sia ereditaria sia (secondo l’interpretazione degli stilnovisti) acquisita con l’esercizio della virtù e con l’elevatezza dei sentimenti (Treccani). 

 comunità. S.f. dal lat. communitāte(m), deriv. di commūnis ‘comune’. L’insieme delle persone che vivono sullo stesso territorio o che hanno origini, tradizioni, idee, interessi comuni. Gruppo di persone che vivono insieme cmettendo in comune i propri beni. Istituzione per la cura di disturbi psichici e fisici (in particolare, per il recupero dei tossicodipendenti) attraverso la vita e le attività in comune. Organizzazione fra stati appartenenti alla stessa area geografica, specialmente con finalità economico e politiche. (Garzanti)

relazione. (non mi soffermo sull’accezione di racconto e resoconto che non  mi interessa n.d.a.). Dal lat. relatiōne(m) ‘riferire’. E’il modo d’essere di una cosa rispetto a un’altra; legame, rapporto intercorrente tra due concetti; legame, vincolo tra persona e persona, specialmente d’affetto, d’amicizia o d’affari; legge o criterio che associa a elementi di un insieme elementi di un altro insieme o due o più termini. (Garzanti)