Parigi, 10 gennaio 1989

Wolf era svanito nel nulla.

I bambini stavano facendo i compiti di francese. Non se la cavavano ancora bene con la lingua. A Berlino est non era certo una lingua facilmente gestibile nemmeno tra le mura domestiche. Per questo Pauline non lo parlava mai.

Pauline li osservava. Pur essendo contraria a questa pratica insensata dopo otto ore di scuola, che nulla aggiungeva, altresì toglieva, alla loro formazione come individui ancora prima che come studenti, si augurava che potessero sempre terminarli tutti. Per quieto vivere. Ma ogni sera, l’assaliva l’incubo che qualcuno spalancasse quella porta, entrando senza tanti complimenti. “La Stasi non le manda certo a dire”, ci ripeteva quando eravamo ancora a Berlino. La Stasi…Ne ho sempre avuto paura, pur non sapendone bena cosa fosse. Al tempo non ne sapevo certo molto di più di tanti miei coetanei. Ma qui, di cosa aveva paura?

“Mamma ho finito”, disse Ingrid con gran sollievo. Karen li aveva già finiti da un pezzo e Konrad non aveva ancora aperto libro.

“Se ci fosse stato papà, mi avrebbe aiutato”, sbuffò Konrad.

“Ma se papà non c’è mai stato! Cosa ne sai tu!”, gli rispose Karen stizzita.

“La mamma ha sempre detto che parlava benissimo francese”, aggiunse lui, irritato.

“Sì, sai che utilità. Io comunque ho sette in francese”.

“Senti chi parla! Quella che scrive ancora Exkuse moi con la kappa”.

Pauline li guardava e taceva. Sapeva che qualsiasi cosa avesse detto, non avrebbe mai colmato quella mancanza. Aveva quasi perso il conto degli anni, dall’ultima volta che aveva visto Wolf. Lasciò che si azzuffassero, almeno la lite li avrebbe distolti momentaneamente dal pensiero di un padre che per loro esisteva solo in qualità di grande assente

Non un cenno, nemmeno nel loro codice personale. Ciò che prima era solo un dubbio, iniziava a consolidarsi, ad ogni giorno di silenzio. In sette anni si erano visti raramente e quasi sempre di nascosto. Ingrid doveva esercitarsi per ricordarne le fattezze. Non il suo profumo. Quello era registrato nell’hard disk della sua memoria olfattiva. Si accinse ad aprire la posta, seduta alla scrivania dove Wolf era solito passare le notti su carte e dossier. Malgrado fosse stato traslocato da Berlino a Parigi, il legno aveva assorbito l’odore dolciastro del tabacco Full Virginia Samuel Gawith, il suo preferito, dalla palette discreta, aromatica ma non stucchevole. Mai invadente. Wolf diceva “morbido e rotondo al punto giusto, come i tuoi seni; umido come la tua voglia che non fatica ad accendersi, ma difficilmente incendiabile…La miscela full Virginia, ovviamente”. In tono volutamente ironico.

Citava sempre la risposta di un’intervista a Jean Paul Sartre liberamente interpretata:

“Può citarmi le cose più importanti nella sua vita?”

“Non saprei. Tutto. Vivere. Fumare…e fare l’amore con Pauline”.

E poi rideva e l’attirava a sé in un abbraccio che ne avvolgeva tutta la circonferenza. La stretta era così tenace che le premeva i seni così tanto che Pauline se li sentiva dolenti. Sembravano voler schizzare fuori, alla ricerca di un qualche pertugio che sfuggisse alla pressione. Ma non ve n’erano.

Era tutto ciò che le rimaneva, oltre a Ingrid e ai gemelli che però non sapevano minimamente di tabacco, né potevano sentirlo, non avendo mai avuto alcun ricordo diretto del padre. Perché gli odori vivono nei ricordi, se non li hai è impossibile immaginarli, e allora essi, gli odori, semplicemente non sono. Non puoi sapere di qualcosa che non sei mai stato. Ma chi fosse stato realmente Wolf, forse poteva saperlo solo Pauline. Cosa ne fosse stato, invece, suggeriva molteplici interpretazioni. Erano decisamente tempi incerti, nei quali non fidarsi mai di nessuno era sempre meglio che fidarsi di uno solo. Il dramma era cercare di fidarsi almeno di se stessi. Pauline iniziava a dubitare persino del suo istinto.

Riprese il libro, quello che teneva chiuso a chiave nel secretaire Luigi XVI del padre. Era rilegato in cartone rigido color bordeaux e ogni sera vi annotava qualcosa. Si riappese la chiave al collo, che le pendeva da una catenina di oro bianco e iniziò a scrivere qualcosa che intitolò: “Coerenza ideologica e incoerenza storica”.

La coerenza. Bella storia la coerenza! Quando a un certo punto diventa così miope da non vedere più alcuna messa in discussione, alcuna possibilità di cambiamento, quando non si accorge nemmeno delle mutate circostanze, dei tempi nuovi, diventa testardaggine. Restare fissi sulle proprie posizioni, a priori, è diabolico, oltre che altamente controproducente. E tanto più è inamovibile, quanto più diventa sinonimo di involuzione e allora muta anche nel nome. Ne è piena la storia e le nostre storie personali. E’ l’apoteosi della stasi…Sì, a quel binario, la coerenza divenne assennatezza. Il treno andava in una direzione, verso meta certa; cambiare binario, o direzione, sarebbe stato, tuttavia, più avveduto, più igienico.

E’ così che va il mondo. A ogni singola scelta, corrisponde un numero infinito di rinunce. A volte anche la stasi è una scelta. Ma è un’alternativa che non mi è mai piaciuta. Mi ha sempre dato l’impressione di salire su una barca senza remi o senza vela, in balia del proprio destino. Ho sempre pensato che, anche se non puoi sempre prevedere il mare o il vento, debba essere nostra responsabilità morale, verso noi stessi e verso gli altri, avere almeno qualche nozione di navigazione.

 Bussarono rumorosamente e con insistenza alla porta.

“Cristo! La Stasi!”. Non era più tempo per essere coerenti.

Il legno del portoncino d’ingresso vibrava ad ogni percossa.

I fantasma del carcere, il totale isolamento per giorni, per avere omesso delle informazioni su Schulz, erano dietro quella porta. La nausea delle prime settimane di gestazione era amplificata dalldi ’odore nauseante di chiuso e umidità che le riempiva ancora le narici. Le era costato non pochi incubi notturni, depressione e altre forme di psicosi che affogava nei tranquillanti. Viveva da poco con Wolf e la sua vita era cambiata. In peggio o in meglio era difficile dire, fino a quel giorno in cui, mentre Wolf era in una delle sue missioni all’estero, fu prelevata con uno dei temibili Barkas 1000. Non valse a nulla che mostrasse tutte le sue credenziali, fu interrogata a lungo, forse con più garbo, rispetto ad altri interrogatori. Con “un occhio di riguardo” le dissero, considerata il suo legame con Wolf. Ma quando le porsero una giacca di lana jaquard e una sciarpa rossa, ne sentì l’odore da lontano. Capì che poteva essere stato solo Wolf a mandarla a chiamare. Non glielo perdonò mai. Il carcere fu una “prova d’amore”, le disse. Il suo patto, in cambio di una libertà presunta. E anche una promozione. Ma molto cambiò dentro di sé. Wolf era diventa il suo nemico numero uno.

“Pauline, ricordati che sono a capo di un servizio di intelligence e non di un club per scapoloni e tanto meno di un bordello”, mi disse un giorno Wolf, avendo subodorato il mio intento a coprire Schulz.

Feci in modo che avessero un occhio di riguardo. Non fu rinchiuso in carcere, ma gli costò la carriera. Come a tanti. Dovette lasciare la Humboldt Universitat e fu mandato al Politecnico. Mi domando ancora che cosa avrebbe preferito. Ma era un filosofo. Un idealista, non un uomo d’azione e si adattò. Per la quale cosa, per certi versi, ha sempre avuto la mia ammirazione. L’arte dell’accettazione non è mai stata tra le mie abilità più spiccate. Da cui il motto “il mezzo giustifica il fine”. E io ormai ero in guerra.

Il fragore insistente sulla porta risaliva nella tromba delle scale, e si riproduceva in tutto il suo volume. I bambini stavano facendo i compiti. Si guardarono negli occhi, attoniti, ma non terrorizzati, con quella paura che, nell’ignoranza delle cose, si manifesta incredula, mista all’istinto primordiale di conservazione che è capace di riconoscere un pericolo imminente. Erano già stati istruiti. Sarebbero dovuti sgattaiolare in soffitta e nascondersi nell’armadio. Poco meno di venti secondi, il tempo che li separava dal portoncino principale da cui proveniva l’insistente battere violento e ripetitivo delle nocche sul legno e poi i venti scalini. Per la precisione, una rampa di dieci scalini che terminava nel mini pianerottolo dove la mamma aveva sistemato alcune dracene, una spatifillo bianca e un ficus che, invece, doveva essere stato lì da sempre. Poi la scala riprendeva ad U in un’altra rampa di dieci scalini, fino alla porta interna. Tra l’andata e il ritorno, circa un minuto ad andatura normale, non di più. Ne avevano già fatto pratica. Per loro era come giocare alle Cronache di Narnia. Pauline era quasi certa di essere sotto osservazione, anche se aveva setacciato la casa più volte, nei cuscini del divano, negli interruttori della luce: nessuna cimice. Niente. Non era più a Berlino, ma i pericoli, quando vissuti con costanza nel tempo, diventano parte del proprio bagaglio percettivo e comportamentale. Diventano abitudini che non hanno confini geografici, perché restano dentro di noi. Si sistemò il ciuffo biondo che si ribellava alla stanchezza della sera. Allentò leggermente la scollatura dell’abito nero a pois, di cotone spesso, ereditato dalla madre e sbottonò il primo bottone. Controllò il rossetto nello specchio liberty, esattamente come se dovesse prepararsi per uscire a cena. Solo le pupille degli occhi erano leggermente dilatate da quel timore che cercava di domare. Non era certo la stessa dilatazione all’aspettativa di una serata romantica a lume di candela. Si impose di respirare lentamente. In fondo era stata addestrata anche a quello. A ridurre i battiti cardiaci nelle peggiori situazioni. Afferrò la maniglia di ottone, lucida nella parte di massimo utilizzo, opaca laddove non viene mai sfiorata dalla mano. Aprì la porta con un’inverosimile lentezza, decisamente fuori luogo per la situazione. La richiuse dietro di sé. Ebbe tutto il tempo per studiarne le fattezze, come se non l’avesse mai vista prima: un pannello di legno d’ebano alto circa un metro e novanta centimetri, ospitava un inserto rettangolare in radica di sessanta per quaranta centimetri. La parte superiore era invece una finestra inglese, in vetro smerigliato opaco e suddivisa in riquadri. Notò la quantità di polvere che si era depositata alla base di ogni listino che delimitava ogni riquadro di vetro di due colori abbinati a scacchiera. Il legno del pannello era, invece, ancora abbastanza lucente.

Scese la prima rampa, si accertò con la coda dell’occhio che le piante avessero acqua a sufficienza e scese la seconda rampa. Esitò per un breve attimo al portoncino, sconquassato dall’insistenza di quel pugno, ma non volle guardare dallo spioncino. Aprì direttamente.

“Ti prego fammi entrare!!”, sussurrò avidamente l’uomo, infilandosi aggressivamente nel pertugio tra la porta e lo stipite. Senza chiedere permesso e ancora prima che la porta potesse aprirsi del tutto, la richiuse brutalmente dietro di sé.

“Cosa diavolo ci fai qui? Come ci sei arrivato fin qui?”, chiese Pauline, allarmata ma visibilmente sollevata. Trovava davvero inverosimile che avesse potuto varcare il confine.

“Ti sto seguendo da qualche giorno. Ho bisogno di te”.

Pauline non poté fare a meno di notare che faticava a riconoscerne l’odore. Puzzava di alcool e di paura. Le nuove note olfattive si confondevano al sentore di rosmarino e olio leggermente bruciato che aveva sconfinato dall’appartamento e permaneva ancora nell’atrio. Erano le patate arrosto della cena, che aveva lasciato nel forno, un po’ oltre il tempo opportuno di cottura, pur senza bruciarle. Non sapeva come avrebbe dovuto o potuto aiutarlo. Ripercorse mentalmente la situazione e il numero considerevole di possibilità, di alternative e le loro conseguenze ad immediato, medio e lungo termine. Certe abilità non si perdono. E’come andare in bicicletta. Nell’urgenza pedali anche se non pedali da una vita.

I bambini erano chiusi nell’armadio. Il libro era stato riposto nel secretaire e la chiave…“Diamine! La chiave!”. Se l’era dimenticata al collo, per abitudine. Seminascosta, ma visibile, nel vano accogliente tra i due seni. Non sarebbe passato molto tempo prima che l’uomo vi avrebbe posato lo sguardo. Non per voluttà, non nel suo caso, ma perché era semplicemente troppo visibile. Con nonchalanche, riabbottonò l’ultimo bottone del vestito senza farsi notare e la chiave sparì alla vista.

Marcel, il vicino stava suonando l’Adagio di Albinoni al violino.

“Pauline, ci sono procedimenti a mio carico” disse “non so per quanto potrò restare, il KONSUM mi sta cercando”.

“Ma come? Non eri un collaboratore?”

“Hai detto bene: ero. Ora sono solo un fuggitivo. Ci sono più infiltrati oltre confine che non tedeschi in Germania. Non immischiarti”.

Pauline sapeva, ma non lo diede a vedere. Sapere le era già costato molto. E d’altro canto non poteva rifiutarsi. Trascorse un mese in cantina e nessuno, a parte Ingrid, se ne accorse. Poi dovette trasferirsi ad altro seminterrato parigino.

Il KONSUM era la sigla con la quale i tedeschi dell’Est facevano riferimento al MFS, il Ministero per la Sicurezza di Stato, poi noto come Stasi, dopo i fatti del 1989. Per quanto la riguardava, Konsum (consommation) o Stasi (stase), risuonavano come le due facce della stessa medaglia: come essere consumati dalla stasi dentro ad una trappola chiusa. O per lo meno fino alla data del suo surriscaldamento, nel 1989. La pentola evidentemente bolliva da qualche parte negli scantinati dell’anima. Eppure qualcuno continuava a credere che il regime socialista non fosse una tirannia. Per lo meno quanti erano stati addestrati nel Comintern. Ogni possibile accusa non ammetteva alcuna messa in discussione e si infrangeva nella difesa mentale secondo cui l’accusa non prevedeva mai considerazioni quali “è o potrebbe essere vero?”, ma veniva maestralmente girata in “cosa stanno nascondendoci per arrivare ad esplicitare una tale accusa nei nostri confronti?”. Era lo stesso approccio dei nazisti, alla fine. L’apoteosi del sospetto e dell’ostentazione delle proprie ragioni, senza alternativa. Un muro mentale, prima che di cemento.

Parigi, novembre 2005

Pauline, sorseggiava un Sauternes, che le era stato regalato, in un calice di cristallo di boemia e le narici furono invase dal sentore di muffa e fumo. Iniziò a scrivere di nuovo.

“La muffa. Adoro l’odore di muffa”, pensò. “Non di tutte le muffe. In particolare quelle da cantina più che da soffitta, quelle che si sviluppano nel cuore della terra, quando essa è più vicina alle stalle che alle stelle”. Poi si ricordò perché.

Schulz sapeva spesso di muffa. E gli ultimi tempi, più per il fatto che aveva vissuto nascosto, come un topo, passando da uno scantinato all’altro quanto basta, che non per le sue velleità enologiche di contrabbando giovanili. Anche Schulz amava il vino Sauternes…

“Devi metterlo sotto controllo”, mi ordinò Kaffmann. Era il 1981 se non erro. Ed io ero incinta, ma a differenza di colleghe con ruoli minori, l’agenzia non parve perdere interesse nel mio servizio, anzi…

“Perché lui?”

“Ci sono tutti i presupposti perché tu lo faccia. H587 ci ha riportato dei dubbi sul suo conto. Chi meglio di te?”

—-

“Passi pure. La stanno attendendo”.

La sbarra al checkpoint si aprì senza che mi dovessi fermare. Mi avevano convocato al quartier generale del Ministero della Sicurezza di Stato, sette piani finestrati di plumbeo grigiore, che incutevano sempre un certo senso claustrofobico. Piani di cui conoscevo la gravità delle conseguenze. Mi porsero una sciarpa di lana rossa, trovata in qualche luogo sospetto. La annusai ripetutamente. Era infeltrita e mi raschiava le narici.

“Non è di nessuno…di nessuno che riconosca”.

Eri pulito. O almeno così feci credere. Che doveva essere stao una soffiata sbagliata. Al tempo avevo un certo peso nell’agenzia. Ma stavo giocando con il fuoco.

Volevo solo darti tempo. Non potevo fare di più, nemmeno in nome della nostra amicizia, caro Schulz, o per meglio dire, Kowalski.

Le radici chiamano sempre, Kowalski e l’onda anomala di Lech Walesa era frutto di una perturbazione più grande di quanto si pensasse. La Stasi non lo sapeva ancora, ma quando ti assoldò sapeva bene il rischio del “peccato originale”. L’orgoglio nazionalista polacco…Le origini tornano sempre e il gioco si fa più complesso le variabili di sdoppiamento aumentano. Il tuo gruppo di lavoro non se la stava cavando bene. Durante il periodo di maggior instabilità in Polonia qualcosa non funzionò, malgrado lavorammo in accordo con il Ministro dell’Interno polacco. Le misure prese per influenzare l’opinione pubblica non portarono a molto. Solidarnosch era troppo rivoluzionaria, più che altro destabilizzante: ribaltava l’idea convenzionale dei dissidenti dell’est, che la stabilità economica e sociale dovesse essere alla base delle riforme. Ai comunisti, insomma, mancava il fegato?

Non sempre la muffa è un male. Ad esempio quella che attacca l’uva, sovente è un pregio e, se abilmente sfruttata, può far produrre quegli ottimi vini dolci che sono appunto i muffati. Dolci in modo opulento e sfacciato, vellutato e oleoso, ti impiastricciano le papille e i sensi in una mielosità sensuale che è preludio del loro stesso potere, come il Sauternes Chateaux D’Yqueme, che è un vino lento e zelante, che racchiude nelle sue qualità, il senso del lavoro meticoloso. La vigna è curata senza sosta e minuziosamente. All’inizio dell’inverno i vignaioli effettuano un intaglio molto corto, cioè l’intaglio tradizionale ‘à cots’ che limita il potenziale quantitativo per favorire una qualità massima. La vigna non è mai diserbata ma lavorata continuamente, nessun fertilizzante chimico è impiegato, solo un apporto di letame è fatto ogni tre, quattro anni. E’ così che la vigna ricerca in profondità gli elementi necessari alla sua vitalità. I lavori di sfogliatura cominciano a fine Agosto. Un altro fattore favorevole per il vino di Yquem è la ‘botritis’, un fungo microscopico le cui condizioni di sviluppo sono ancora avvolte nel mistero. E’ quel ‘marciume nobile’ che provoca un fenomeno biochimico estremamente complesso che ha come conseguenza l’accrescimento della ricchezza e degli aromi.

Così era Schulz, appassito e marcito nei seminterrati parigini. Maturo, zuccherino, dal sentore remoto di affumicatura. Ma da stufa a legna. Nobile d’animo e di muffa. Un’etichetta aromatica di indiscutibile pregio. Da morto, però, la muffa aveva iniziato a cambiare. Da odore in afrore. Il processo di decomposizione, si sa, cambia le cose, quando il cuore smette di battere: si interrompe la circolazione sanguigna, perciò il sangue non irrora più i tessuti, e le cellule, non ricevendo più ossigeno e nutrimento, muoiono. L’azione dei diversi batteri produce i primi odori e le loro attività metaboliche producono infatti diversi tipi di gas che causano il classico gonfiore del corpo e, soprattutto, la sua puzza. Man mano che le molecole organiche del cadavere vengono digerite e altre si formano, cambiano anche i batteri e gli insetti che usano in vario modo queste sostanze. Putrescina e cadaverina, descritte nel 1885 dal medico Ludwig Brieger, hanno il caratteristico odore di carne putrefatta. Lo scatolo, dall’essenza più fecale, e l’indolo, più muffoso, danno invece al cadavere delle declinazioni odorose più stantie, ma si tratta di molecole che a basse concentrazioni hanno un sentore floreale. Lo scatolo, oltre a essere attraente per molti insetti lo si trova in minima dose anche negli olii essenziali dei fiori d’arancio e del gelsomino e insieme all’indolo viene usato anche in profumeria.

Anche sulla nostra pelle viva passa il mondo. Essa è dimora di molti microrganismi, funghi e batteri che lavorano in simbiosi con il nostro organismo e ne conferiscono l’odore individuale, l’inconfondibile unicità dell’aroma. Non uno uguale.

E’ la nostra identità olfattiva.

La vinificazione del Sauternes dura circa tre o quattro anni per raggiungere la perfezione e una longevità di anche 25 anni.

Lo stesso non si potè dire di Schulz.

Lo trovarono in stadio colliquativo dopo circa due mesi, la barba incolta e ancora con la giacca addosso. Era accasciato, riverso sulla brandina come dopo una sbornia. Dal colore rosa-rosso delle macchie ipostatiche, fu subito chiaro il decesso per avvelenamento. Il braccio destro, ciondolante, aveva rilasciato una bottiglia di Chateaux de Malle, rovesciando parte del liquido aromatico, subito assorbito dal pavimento di cotto, che doveva aver contribuito al bouquet del resto degli effluvi post mortem.

Schulz, dicevi che non ti fidavi della moderna tecnologia di fermentazione. Prediligevi i tradizionali metodi di affinamento in barrique di quercia. Come darti torto. Ma poi, perché cambiare Sauternes e passare ad altro Chateaux? Non avevi mai cambiato: il tuo preferito era il Sauternes Chateaux D’Yqueme.

Ma le cose cambiano.

Pauline sapeva di essere stata sotto osservazione lei stessa nell’ultimo periodo in cui era a Berlino. Ma chi non lo era! Tutti lo erano nella Berlino degli anni ottanta: il vicino, il tuo ragazzo, il compagno di scuola, tutti potenziali informatori, mandanti o mandati. Non potevi nemmeno pensare di accorgertene perché erano quelli che ti stavano più vicino.

Solo dopo il trasferimento a Parigi, aveva avuto un po’ di tregua.

Era molto facile che le carte in tavola cambiassero da un giorno all’altro: da osservatore a osservato, da controllore a controllato. Questo produsse il più grande dedalo di archivi. Milioni di schede, cartelle, protocolli, verbali, rapporti, prassi, milioni di diapositive, migliaia di audio e video furono rinvenuti e altrettanti distrutti, dopo la caduta del Muro. Vivere in Germania dell’est era molto orwelliano. Convivere con la Stasi, essere la Stasi, anche peggio. Durante il giorno insegnavi e di notte redigevi i rapporti, o qualcuno li redigeva su di te. Non potevi sentirti al sicuro nemmeno quando la Stasi eri tu. C’era diffidenza, violazione della privacy, un enorme Grande Fratello in un rapporto di quasi uno a sette adulti per operatore di controllo. Come dire, dubitavi di chiunque a tal punto da iniziare a dubitare anche di te stesso. Identità confuse si mescolavano a identità fittizie, più o meno credibili o credute. La Stasi era implacabile. Aveva accesso a tutte le informazioni. Era presente ovunque. Usava lo Zersetzung, una sorta di “biodegradazione” che andava a minare la fiducia in sé stessi, danneggiandone la reputazione, paralizzandone l’attività lavorativa o le stesse relazioni interpersonali. Diabolico. Per questo erano in tanti che tra il nulla e il troppo, rischiarono tutto quel nulla per una libertà che, poi, finì per disperderli nel vacuo. Ma fu vera gloria? L’abuso psicologico e l’oppressione sono stati la negazione della democrazia, ma ancora c’è da domandarsi se questo avesse fatto più vittime del capitalismo. Di certo si passò dall’idolatria di un’ideologia, all’idolatria della merce. Ma finalmente liberi. E’ forse questo il prezzo della libertà? A Frederik Schulz la nuova legge di mercato, non sarebbe proprio andata bene. Tutto e tutti sono stati rimpiazzati. Molto probabilmente anche lui lo sarebbe stato. Sono state rimpiazzate molte élite, perché non avrebbe dovuto esserlo lui, alla luce di quanto sarebbe emerso sul suo conto? Avrebbe pensato all’enorme, doppia fregatura. Avrebbe detto: “Forse un tempo non eri libero di esprimere apertamente le tue opinioni, se non in privato o tra pochi, mentre oggi puoi fare le manifestazioni che vuoi, e urlare alla gente. Ma che senso ha se poi non ti ascolta nessuno? Il mondo è diventato enorme e nell’enormità non si è più nessuno”.

Il sussidio ti faceva vivere alla giornata, ma cancellare un passato, voleva dire impedirti una possibilità di futuro in cui identificarti. Questa era l’incertezza sociale. Mancava la consapevolezza di poter scegliere, fosse anche tra la costrizione di una gigantesca contraddizione e una libera gigantesca bugia. Ma è anche difficile credere che ci potesse essere qualcosa di buono nel terrore e nella persecuzione psicologica. La primaria ideologia fu un disastro nell’applicazione pratica. Restava solo il senso di solidarietà che, nel bene o nel male, ne originava.

Di fatto, Frederik Schulz espiò ampiamente e solo tardivamente il suo peccato originale.

Meglio così, non fece quasi in tempo a illudersi e tantomeno a disilludersi di nuovo.

 

Parigi, Luglio 1989

Le toccò riconoscere il suo cadavere. Non fu una passeggiata. Il funerale, fu anche l’ultimo contatto che ebbe con la Stasi.

 Il funerale era deserto. Disertato dai più. Nessun membro del partito, o dell’intelligence. Forse un vecchio compagno di università e un paio di agenti mandati tanto per dissimulare il fatto che poteva non essere stato un suicidio. Per quanto mi riguarda, non era un segreto che ci conoscessimo bene, per cui non ebbi alcuna difficoltà a presenziare. Era una giornata piovosa e fredda. Berlino si smentiva raramente. La location non l’aveva certo scelta Schulz. E fu parte del programma. “Die Toten mahnen uns” (“i morti ci ammoniscono”). il Cimitero Centrale di Friederichsfelde era infatti il più grande raduno di anime socialiste dei tempi andati. Un vero omaggio alla sinistra: Wilhelm e Karl Liebknecht, Rosa Luxemburg, Wilhelm Pieck e Walter Ulbricht, segretario del Partito Socialista e poi Presidente del Consiglio di Stato, vi proseguivano il sonno eterno a pochi metri.

Lasciai cadere una sola rosa rossa sulla bara, non tanto per onorare la tradizione comunista, ma per non dare nell’occhio. Diciamo che Schulz avrebbe apprezzato l’incoerenza, visto che gli avevo salvato il posteriore già una volta.

 Schulz era il suo migliore amico, sin dai tempi dell’università. La sua stessa costante inquietudine, come era normale che fosse nei giovani della DDR al tempo, ma troppo prevedibile. E onesto. E non erano più i tempi dell’ideologia, né quelli dell’onestà.

Glielo avevo sempre detto che la mia non era incostanza o mancanza di coerenza, ma cauta resilienza.

Sì, le cose cambiano.

[…]

(© 2017 Stefania Contardi)