“Adesso ho deciso! Lo butto! Non lo sopporto più! Questo legno scuro incupisce la stanza! Io amo il tutto bianco! Amo l’effetto Scandinavia pret-a-porter. Almeno qui, nella casa al mare, ho voglia di luce e di freschezza!”

“Eh…”, si limita a vocalizzare Antonella.

“E poi, guarda le linee, un improbabile stile neo-barocco anni settanta. Peccato che mamma non amasse il design contemporaneo. Adesso saremmo pieni di copie, quando non di originali, di Castelli,  Castiglioni, Magistretti e compagnia”.

“Eh…”, ripete Antonella senza nemmeno guardare.

“Ma no. Lui, il vecchio armadio della mamma, è uno stupidissimo armadio ‘in stile…’.

“Eh…”, fa ancora lei.

“…E io lo sai che non ho mai sopportato i mobili ‘in stile’. Anche se, come avrà detto mia mamma mille volte, questi intarsi e inserti lavorati a mano oggi non li fanno certo più. Ma è anche certo che a me non sono mai piaciuti né gli intarsi né gli inserti. Comunque, dai, lo teniamo ancora per un po’, così mia mamma non si avvilisce ed evito un caso giudiziario domestico. So che ci tiene molto”.

“Eh…”, ribadisce lei, la mia fidanzata.

Non so quante volte ho fatto questa conversazione con Antonella. Monologo, oserei dire. Anche perché se lei ha una dote da brava venditrice qual è, è proprio quella della diplomazia: sa bene quando tacere o limitarsi ad un suono neutro, come questo “eh”, che non rappresenta una presa di posizioni, che potrebbe rivelarsi controproducente. Ma ha sicuramente una strategia. E’che non so quale sia. Non capisco se anche lei non lo sopporti, questo benedetto armadio, o se c’è dell’altro.

Nella casa al mare, che era dei miei genitori, c’è un miscuglio di stili. Mobili ottocenteschi appartenenti agli avi, più o meno di pregio, mobili ancora più antichi e di sicuro pregio, acquistati nel tempo da papà, amatore di antiquariato e mobili appartenuti al primo loro corredo. Ora anche mobili di modernariato e design anni settanta, introdotti dal sottoscritto. E molta Ikea, ovviamente, che vorrebbe pestare i piedi alla Storia del Mobile, ma non ci riesce.

In pratica, un viaggio lampo e senza pretese nella storia dell’interior design italiano, dal settecento ai giorni nostri.

Mamma è legatissima a questo armadio. Io un po’ meno. Anzi, proprio per niente. Ma che dico, non lo sopporto proprio!

Però se ci penso bene, qualche ricordo me lo strappa.

Avrò avuto sì e no nove anni e mi pareva enorme. Infinito. Ricordo che c’erano (ci sono) due ante che aprivano ad un vano con due grossi cassetti. Sopra ai cassetti era fissata un’asta appendiabiti, a un’altezza tale da permettermi di starci quasi in piedi. Era diventato il mio nascondiglio perfetto. Io mi imboscavo, mimetizzandomi dietro ai vestiti appesi: giacche di velluto, giacche di tweed, qualche tailleur spigato da signora. Difficilmente potevo essere trovato, non fosse che, da sotto, spuntavano gli immancabili polacchini di camoscio beige che mi hanno accompagnato ai piedi per tutta l’infanzia. Li compravamo sempre uguali, i polacchini Clarks, a volte ce li regalavano di seconda mano i miei vicini di casa che avevano due bambini di un paio d’anni in più di me. Cambiava solo il numero e a volte la nuance di beige. Ma beige restavano. Un anno la mamma azzardò un blu scuro. Correva la primavera 1982. E fu un anno da ricordare, anche perché fu l’ultimo anno di polacchini. Da lì in poi, alle medie, mi sarei dato alle olezzose Superga, alle Adidas e più avanti alle Dottor Martens di ferro.

La seconda anta doppia dell’armadio raccoglieva anche le cravatte di papà. Erano tutte appese al portacravatte e ordinate per colore. Una velleità di mia mamma. Guai se gliele scompigliavo tutte! I cassetti nascondevano, invece, le mutande, le canottiere e i pigiami. Uno per mamma e uno per papà. Ancora oggi mi domando come facesse ad essere sempre tutto in ordine: mutande con mutande, canotte con canotte, camicie da notte con camicie da notte, pigiami con pigiami. Quelli a righe con quelli a righe e quelli a tinta unita con quelli a tinta unita. Tutto molto mistico, maniacale e funzionale allo stesso tempo.

Ci avrò provato mille volte, senza mai pretendere quella perfezione maniacale, ma non ho ottenuto il benché minimo risultato. Ma imizio a pensare che non sia solo colpa mia…Dentro a quegli stessi cassetti, oggi si ammassano informi, calzini spaiati, slip, boxer e canottiere alla rinfusa che sembrano vivi. Si mischiano da soli come per osmosi d vicinanza. Per fortuna non porto il pigiama. Le mutande si incastrano costantemente nella corsia di scorrimento e io cristo ogni volta che devo aprire e chiudere il cassetto. Lo metto a posto mese sì e mese no, ma non dura che un giorno. Eppure è lo stesso armadio. A questo punto credo che lo faccia apposta! Sa benissimo cosa penso di lui. Ecco perché. Lo capisco anche dal modo in cui mi guarda.

La terza anta, per me bambino, celava un segreto che, però, avevo scoperto quasi subito e che mi sono tenuto tutta una vita: dietro alle pile di maglie di lana con rigoroso scollo a V di papà, a ai golfini in angora di foggia più aggraziata, mamma teneva nascosto un sacco della Rinascente di carta spessa, pieno di libri nuovi di narrativa per ragazzi. Me ne regalava uno al mese, ma io li avevo già visti tutti. Non dissi mai nulla per non darle dispiacere né mi azzardavo a leggerli di nascosto per non rovinarmi la sorpresa. In fondo non sapevo quale mi avrebbe regalato. Però confesso che ero molto tentato. Solitamente aspettavo di essere solo in casa per andare a dare una sbirciatina, o per vedere se ne mancava qualcuno: mamma ogni tanto ne prendeva uno a caso, da portare a qualche compleanno al quale mi avevano invitato. Io mi limitavo a guardare se c’erano sempre o quanti ne erano rimasti. Li guardavo, ma non li aprivo. Non li leggevo. Li toccavo e li annusavo. Quello sì. Passavo un tempo indefinito ad annusare e a lisciare con la mano la copertina cartonata lucida, che era sinonimo di edizione di lusso. E leggevo solo il titolo. Ormai li conoscevo tutti a memoria.

Era decisamente la mia anta preferita: lì dietro sapevo che c’erano un sacco di avventure nuove che sarebbero state mie e un sacco di parole di altri che avrei fatto presto mie. Un po’ mi dispiaceva quando ne regalava uno, perché lo avrei voluto per me: qualcun altro avrebbe finalmente letto quello che io avevo fino ad allora solo immaginato ma, per correttezza, mai avevo voluto leggere. E siccome lo avevo visto quelle mille volte nelle mie mille sbirciate, era un po’ come fosse anche un po’ mio. Ma di fatto non lo era. Perché i libri e le parole sono di tutti; o almeno di tutti quanti le leggono. E in quel caso io ne ero tagliato fuori. Confesso una certa invidia mista a gelosia, tanto che mi ritrovavo sempre ad aspettare con ansia l’apertura dei regali di compleanno dell’amichetto di turno, come fossero i miei, puntando però al mio stesso regalo, esattamente come se fosse mio, per me stesso. Di solito avveniva nella cameretta del festeggiato: cinque minuti di irruenza in cui si scarta tutto e si trova di tutto, ma poi si abbandona tutto per tornare a giocare con gli amichetti di sempre, con i giochi di sempre. Ecco, quello era un momento catartico, quello in cui io mi defilavo e mi infilavo furtivo nella cameretta per leggermi di nascosto il libro suddetto. E a quel punto allora sì, diventava anche un po’ mio.

Le vacanze stanno per finire e oggi piove. Sono chiuso in casa, qui al mare, e penso ai mille lavoretti di manutenzione che devo fare prima di tornare in Veneto, a scuola. Guardo questo benedetto mobile e mi domando come diavolo hanno fatto a trasportarlo dalla città fino a qui. Non capisco come possa essere stato smontato e rimontato così abilmente da non vedere giuntura alcuna. Sembra creato da un unico blocco e rimaterializzatosi qui, in questa stanza, per magia.

Il mobile ha un valore affettivo particolare per mia mamma e ho sempre pensato che fosse l’unico motivo per cui è ancora qui davanti a me, con questo suo grugno color noce scuro.

“Mi raccomando non lo buttare via, eh? E’stato il mio primo pezzo di arredamento di quando ci siamo sposati io e il papà. Legno buono e di fine manifattura, eccetera, eccetera”, ripeteva sempre mamma, la legittima proprietaria del medesimo, il quale non si sa perché viene considerato sempre e solo l’armadio della mamma e mai del papà. Credo sia una sorta di legittimazione alla proprietà esclusiva, per il fatto di esserne l’unica depositaria a conoscenza del contenuto e a poterlo gestire.

Però oggi è tutto diverso: la mamma ha altre priorità e non me lo ripete più di non buttarlo. Ma sono certo che lo pensa. E, poi, non c’è nemmeno più Antonella a rispondermi quel suo “eh” neutro, quindi non ho più motivo di rimandare, di tergiversare. Oggi ho deciso che non ci voglio più pensare. Basta perplessità ed esitazioni. Oggi sono risoluto. Ho deciso!…Lo terrò. Del resto, non potrei farne a meno.

(Stefania Contardi, 11 aprile 2018, tratto da romanzo inedito)